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“Gravina nel dopoguerra: tra memoria, cinema e radici antiche”

Primo appuntamento de “Le Domeniche della Cultura 2026”: una passeggiata che racconta la città tra ricostruzione, cinema e origini rupestri

Una passeggiata culturale dedicata alla memoria storica della città. Ha preso così il via la nuova edizione de "Le Domeniche della Cultura 2026".

Il primo appuntamento, intitolato "Gravina nel dopoguerra", ha accompagnato i partecipanti in un percorso tra i luoghi simbolo del centro storico, trasformando le strade della città in uno spazio di racconto e riflessione. A guidare la narrazione è stato il sociologo Michele Gismundo, che ha condotto il pubblico in un vero e proprio viaggio nel tempo, riportando alla luce atmosfere, difficoltà e trasformazioni della Gravina del secondo dopoguerra.

Il momento centrale dell'intervento si è svolto in piazza della Repubblica, dove Gismundo ha ricostruito il contesto sociale della città negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. In quel periodo l'Italia attraversava una fase di grande instabilità: la fine del conflitto nel 1945 aveva lasciato il Paese segnato da distruzioni, povertà diffusa e profondi cambiamenti politici. Nel 1946 la nascita della Repubblica italiana rappresentò un nuovo inizio istituzionale, ma nelle realtà del Mezzogiorno la ricostruzione procedeva lentamente e le condizioni economiche restavano difficili.

Durante l'intervento è stato ricordato anche il dato relativo alla partecipazione al voto nel referendum del 2 giugno 1946: a Gravina in Puglia votarono 14.199 cittadini, pari al 94,14% degli aventi diritto, segno di una forte volontà popolare di partecipare alla nascita del nuovo assetto democratico del Paese.

La passeggiata è poi proseguita verso Piazza Plebiscito, dove è intervenuto Gabriele Buzzi, guida turistica e appassionato di storia e cinema. Buzzi ha raccontato come la piazza sia stata protagonista anche sul grande schermo: qui, infatti, sono state girate alcune scene del film L'ultimo Paradiso (2021), interpretato da Riccardo Scamarcio, diretto da Rocco Ricciardulli e distribuito sulla piattaforma Netflix.

Le riprese hanno coinvolto diversi scorci del centro storico, tra vicoli e il celebre ponte acquedotto, trasformando Gravina in un set naturale capace di ricreare perfettamente l'atmosfera degli anni Cinquanta.

Proseguendo la passeggiata, i partecipanti hanno incontrato Michele Laddaga, presidente del Consorzio Turistico Gravina in Murgia, che ha guidato il gruppo in un viaggio nella storia più antica della città. Laddaga ha ricordato come Gravina non sia mai stata una colonia romana, pur subendo il processo di romanizzazione. Mentre centri vicini come Venosa e Canosa venivano privilegiati come colonie, Gravina — alleata con Taranto e con i Sanniti, considerati "barbari" dai Romani — rimase ai margini della politica coloniale romana, subendo tuttavia l'influenza e talvolta anche le distruzioni legate all'espansione dell'impero.

La città era allora composta da piccoli insediamenti sparsi, tra cui quello di San Felice, ripopolato lungo la via per Irsina fino al VI secolo d.C. In seguito, con l'arrivo del monachesimo, venne fondato il primo monastero dedicato a Sant'Antonio Abate. I monaci, attratti da una vita di isolamento e contemplazione, scelsero le grotte della Gravina come luogo di ritiro spirituale, dando origine ai primi insediamenti rupestri.

Con il crollo dell'Impero romano nel 473 d.C., la popolazione affrontò un periodo di grandi difficoltà, tra carestie e isolamento. Le grotte vennero così nuovamente popolate, trasformandosi in veri e propri nuclei abitativi. I racconti di Laddaga hanno restituito ai partecipanti l'immagine di una Gravina che, pur piccola e periferica, ha saputo adattarsi e rigenerarsi nel corso dei secoli.

La passeggiata culturale si è conclusa nel Chiesa rupestre di San Basilio, nel Rione Piaggio. Qui un collaboratore del Consorzio Turistico Gravina in Murgia ha guidato i partecipanti alla scoperta di un luogo che racchiude frammenti di diverse epoche storiche. Colonne, altari e interventi architettonici testimoniano una lunga stratificazione di usi e comunità: dai monaci basiliani alle famiglie nobili che hanno abitato quest'area nel corso dei secoli.

Un percorso che ha dimostrato come la storia di Gravina non sia fatta solo di grandi eventi, ma anche di memorie quotidiane, trasformazioni sociali e luoghi che continuano a raccontare, ancora oggi, il passato della città.
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